L’ACCERTAMENTO EPIDEMIOLOGICO NEL GIUDIZIO CONTROFATTUALE

di ENRICO NAPOLETANO

1. L’accertamento causale: dal giudizio controfattuale al metodo epidemiologico.
– Ad ogni modo, quand’anche il Gestore adotti le Migliori Tecnologie Disponibili che garantiscano i più stringenti livelli emissivi di cautela massima per la tutela della salute e dell’ambiente, qual è il banco di prova reale che alcun giudizio di rimproverabilità per colpa generica possa essergli mosso?
È ormai da qualche tempo che l’esperienza giurisprudenziale, nel campo delle grandi industrie, mostra sempre più un progressivo ancoraggio del giudizio controfattuale al metodo scientifico epidemiologico per l’individuazione di un nesso di causa-effetto1 tra le sorgenti dei fattori di rischio e le patologie statistiche di mortalità. Come detto in premessa, sino agli anni Quaranta la scienza medica limitava la nozione di causa alla sussistenza di una relazione deterministica tra un certo fattore di rischio e la verificazione di un singolo evento patologico. Oggi, accanto a questa accezione individualizzante delle reazioni eziologiche, viene comunemente utilizzato – impropriamente – anche lo strumento epidemiologico di accertamento causale che applica il criterio della condicio sine qua non tra il fattore di rischio e le sue conseguenze sulla popolazione degli esposti, e grazie all’utilizzo di un articolato complesso di strumenti logico- matematici conduce a rilevare rapporti causa-effetto che rimarrebbero ignoti quando oggetto di osservazione fosse solo la singola esperienza lesiva. In altri termini, un affidabile studio epidemiologico è in grado di accertare con ragionevole certezza che un certo numero di soggetti esposti ad un certo fattore di rischio ha contratto una certa patologia proprio in ragione dell’esposizione, anche se non è possibile individuare, tra tutti gli esposti che hanno contratto la patologia, chi si sarebbe ammalato ugualmente, e chi non si sarebbe ammalato in mancanza dell’esposizione.
Impostazione, questa, criticata in dottrina2 che, richiamando il modello bifasico di accertamento causale fondato sulla distinzione tra “causalità generale” (o idoneità lesiva o aumento del rischio) e “causalità specifica o individuale”, ritiene che «una condotta può essere ritenuta in sede penale causa di un evento solo quando risulti provato oltre ogni ragionevole dubbio che essa sia condicio sine qua non del singolo evento patologico o letale. L’evidenza epidemiologica potrebbe allora essere utilizzata per accertare la causalità generale, ma non basta per affermare una relazione eziologica penalmente rilevante, in quanto ha ad oggetto gli effetti dell’esposizione su popolazioni, e non su singoli individui, e non può per definizione condurre a quell’accertamento causale individuale, in cui si sostanzia invece la condicio sine qua non in sede penale. Anche quando emerga che la sostanza tossica abbia cagionato un significativo aumento di mortalità tra gli esposti, ciò non è dunque sufficiente per fondare una sentenza di condanna sino a che non sia possibile accertare quali singoli soggetti, tra coloro che hanno contratto la patologia correlata alla sostanza, si sia ammalato proprio in ragione dell’esposizione. Con una formula sintetica ma efficace, “l’epidemiologia serve ma non basta” per accertare la causalità penalmente rilevante».

2. Il metodo controfattuale.
– Questa tesi ha trovato conferma in non poche sentenze di legittimità: tre note sentenze della Cassazione3 degli anni 2000 arrivano infatti ad affermare non solo che l’aumento del rischio non è sufficiente per l’accertamento della causalità penale, ma addirittura che tale accertamento deve fondarsi esclusivamente su leggi scientifiche con coefficiente probabilistico prossimo al 100% conducendo così in sostanza ad escludere sempre la responsabilità penale per l’evento nel settore delle malattie professionali.
Il contrasto tra l’indirizzo giurisprudenziale dell’aumento del rischio e l’orientamento del 100% viene definitivamente risolto dalle Sezioni Unite della Cassazione nel 2002 con la nota sentenza Franzese4, che ancora oggi rappresenta il punto di riferimento obbligato per ogni giudice che debba occuparsi di causalità. E’ stata sottoposta all’esame delle Sezioni Unite la controversa questione se «in tema di reato colposo omissivo improprio, la sussistenza del nesso di causalità fra condotta omissiva ed evento (…) debba essere ricondotta all’accertamento che con il comportamento dovuto ed omesso l’evento sarebbe stato impedito con elevato grado di probabilità “vicino alla certezza”, e cioè in una percentuale di casi “quasi prossima a cento”, ovvero siano sufficienti, a tal fine, soltanto “serie ed apprezzabili probabilità di successo” della condotta che avrebbe potuto impedire l’evento».
Sul tema si sono delineati due indirizzi interpretativi all’interno della Quarta Sezione della Corte di Cassazione: al primo orientamento, tradizionale e maggioritario5, che ritiene sufficienti “serie ed apprezzabili probabilità di successo” per l’azione impeditiva dell’evento, anche se limitate e con ridotti coefficienti di probabilità, talora indicati in misura addirittura inferiore al 50%, si contrappone l’altro, più recente, per il quale è richiesta la prova che il comportamento alternativo dell’agente avrebbe impedito l’evento lesivo con un elevato grado di probabilità “prossimo alla certezza”, e cioè in una percentuale di casi “quasi prossima a cento”6. Nell’ambito della scienza giuridica penalistica può dirsi assolutamente dominante l’interpretazione che, nella lettura degli artt. 40 e 41 del codice penale sul rapporto di causalità e sul concorso di cause, fa leva sulla “teoria condizionalistica” o della “equivalenza delle cause” (temperata, ma in realtà ribadita mediante il riferimento, speculare e in negativo, alla “causalità umana” quanto alle serie causali sopravvenute, autonome e indipendenti, da sole sufficienti a determinare l’evento: art. 41 comma 2). E’ dunque causa penalmente rilevante la condotta umana, attiva o omissiva che si pone come condizione “necessaria” – condicio sine qua non – nella catena degli antecedenti che hanno concorso a produrre il risultato, senza la quale l’evento da cui dipende l’esistenza del reato non si sarebbe verificato. «La verifica della causalità postula il ricorso al giudizio controfattuale, articolato sul condizionale congiuntivo “se … allora …” (nella forma di un periodo ipotetico dell’irrealtà, in cui il fatto enunciato nella protasi è contrario ad un fatto conosciuto come vero) e costruito secondo la tradizionale “doppia formula”, nel senso che: a) la condotta umana “è” condizione necessaria dell’evento se, eliminata mentalmente dal novero dei fatti realmente accaduti, l’evento non si sarebbe verificato; b) la condotta umana “non è” condizione necessaria dell’evento se, eliminata mentalmente mediante il medesimo procedimento, l’evento si sarebbe egualmente verificato». Ma, ferma restando la struttura ipotetica della spiegazione causale, secondo il paradigma condizionalistico e lo strumento logico dell’astrazione contro il fatto, sia in dottrina che nelle più lucide e argomentate sentenze della giurisprudenza di legittimità7, si è osservato che, in tanto può affermarsi che, operata l’eliminazione mentale dell’antecedente costituito dalla condotta umana, il risultato non si sarebbe o si sarebbe comunque prodotto, in quanto si sappia, già da prima che da una determinata condotta scaturisca, o non, un determinato evento. E la spiegazione causale dell’evento verificatosi hic et nunc, nella sua unicità ed irripetibilità, può essere dettata dall’esperienza tratta da «attendibili risultati di generalizzazione del senso comune, ovvero facendo ricorso al modello generalizzante della sussunzione del singolo evento, opportunamente ri-descritto nelle sue modalità tipiche e ripetibili, sotto ‘leggi scientifiche’ esplicative dei fenomeni. Di talché, un antecedente può essere configurato come condizione necessaria solo se esso rientri nel novero di quelli che, sulla base di una successione regolare conforme ad una generalizzata regola di esperienza o ad una legge dotata di validità scientifica – ‘legge di copertura’ -, frutto della migliore scienza ed esperienza del momento storico, conducano ad eventi ‘del tipo’ di quello verificatosi in concreto».
Il sapere scientifico accessibile al giudice è costituito, a sua volta, «sia da leggi “universali” (invero assai rare), che asseriscono nella successione di determinati eventi invariabili regolarità senza eccezioni, sia da leggi “statistiche” che si limitano ad affermare che il verificarsi di un evento è accompagnato dal verificarsi di un altro evento in una certa percentuale di casi e con una frequenza relativa, con la conseguenza che quest’ultime (ampiamente diffuse nei settori delle scienze naturali, quali la biologia, la medicina e la chimica) sono tanto più dotate di “alto grado di credibilità razionale” o “probabilità logica”, quanto più trovano applicazione in un numero sufficientemente elevato di casi e ricevono conferma mediante il ricorso a metodi di prova razionali ed empiricamente controllabili».
Il ricorso a generalizzazioni scientificamente valide consente allora di ancorare il giudizio controfattuale, altrimenti insidiato da ampi margini di discrezionalità e di indeterminatezza, a parametri oggettivi in grado di esprimere effettive potenzialità esplicative della condizione necessaria, anche per i più complessi sviluppi causali dei fenomeni naturali, fisici, chimici o biologici.
Tutto ciò significa che il giudice, pur dovendo accertare ex post, inferendo dalle suddette generalizzazioni causali e sulla base dell’intera evidenza probatoria disponibile, che la condotta dell’agente ‘è’ (non ‘può essere’) condizione necessaria del singolo evento lesivo, è impegnato nell’operazione ermeneutica alla stregua dei comuni canoni di ‘certezza processuale’, conducenti conclusivamente, all’esito del ragionamento probatorio di tipo largamente induttivo, ad un giudizio di responsabilità caratterizzato da “alto grado di credibilità razionale” o “conferma” dell’ipotesi formulata sullo specifico fatto da provare: giudizio enunciato dalla giurisprudenza anche in termini di “elevata probabilità logica” o “probabilità prossima alla – confinante con la certezza”. E’ indubbio che «coefficienti medio-bassi di probabilità cal. frequentista per tipi di evento, rivelati dalla legge statistica (e ancor più da generalizzazioni empiriche del senso comune o da rilevazioni epidemiologiche), impongano verifiche attente e puntuali sia della fondatezza scientifica che della specifica applicabilità nella fattispecie concreta. Ma nulla esclude che anch’essi, se corroborati dal positivo riscontro probatorio, condotto secondo le cadenze tipiche della più aggiornata criteriologia medico-legale, circa la sicura non incidenza nel caso di specie di altri fattori interagenti in via alternativa, possano essere utilizzati per il riconoscimento giudiziale del necessario nesso di condizionamento. Viceversa, livelli elevati di probabilità statistica o schemi interpretativi dedotti da leggi di carattere universale (invero assai rare nel settore in esame), pur configurando un rapporto di successione tra eventi rilevato con regolarità o in numero percentualmente alto di casi, pretendono sempre che il giudice ne accerti il valore eziologico effettivo, insieme con l’ irrilevanza nel caso concreto di spiegazioni diverse, controllandone quindi 1′ `attendibilità’ in riferimento al singolo evento e all’evidenza disponibile».
In definitiva, con il termine “alta o elevata credibilità razionale” dell’accertamento giudiziale, s’intende fare riferimento ai profili inferenziali della verifica probatoria di quel nesso rispetto all’evidenza disponibile e alle circostanze del caso concreto: non essendo consentito dedurre automaticamente – e proporzionalmente – dal coefficiente di probabilità statistica espresso dalla legge la conferma dell’ipotesi sull’esistenza del rapporto di causalità. Il procedimento logico, invero non dissimile dalla sequenza del ragionamento inferenziale dettato in tema di prova indiziaria dall’art. 192 comma 2 c.p.p., deve condurre, perché sia valorizzata la funzione ascrittiva dell’imputazione causale, alla conclusione caratterizzata da un “alto grado di credibilità razionale”, quindi alla “certezza processuale”, che, esclusa l’interferenza di decorsi alternativi, la condotta omissiva dell’imputato, alla luce della cornice nomologica e dei dati ontologici, è stata condizione “necessaria” dell’evento, attribuibile per ciò all’agente come fatto proprio. Ex adverso, l’insufficienza, la contraddittorietà e l’incertezza probatoria, quindi il plausibile e ragionevole dubbio, fondato su specifici elementi che in base all’evidenza disponibile lo avvalorino nel caso concreto, in ordine ai meccanismi sinergici dei plurimi antecedenti, per ciò sulla reale efficacia condizionante della singola condotta omissiva all’interno della rete di causazione, non può non comportare la neutralizzazione dell’ipotesi prospettata dall’accusa e l’esito assolutorio stabilito dall’art. 530 comma 2 c.p.p., secondo il canone di garanzia “in dubio pro reo”.

2. Il metodo epidemiologico.
– Il modello controfattuale delineato dalla Cassazione nel 2002 consente al giudice, nei grandi processi per malattie professionali, di ricorrere alle leggi epidemiologiche nel giudizio di accertamento causale in quanto anche le leggi scientifiche dal (basso) contenuto probabilistico come quelle dell’epidemiologia possono venire in considerazione nel giudizio sulla causalità generale.
Accanto alla tradizionale nozione di causa come rapporto di condizionalità tra un agente patogeno e l’insorgere di una patologia in un singolo soggetto, l’epidemiologia ha introdotto una nuova nozione di causa, che riguarda i rapporti tra un fattore di rischio e l’aumento dell’incidenza di una patologia in una pluralità (una popolazione) di soggetti; ormai da più di cinquant’anni la scienza medica ha poi riconosciuto validità a tale metodo di accertamento causale, cui è pacificamente attribuita la capacità di pervenire, su base di popolazione, a risultati eziologici di (sicura) affidabilità. Tradizionalmente, infatti, causa significa conditio sine qua non di un evento singolare, a livello di popolazione è predicabile la nozione di pericolo, ma non quella di causa. L’epidemiologia invece introduce il dato dell’eccesso di mortalità, che esprime una valutazione condizionalistica non riferibile ad un singolo individuo, ma ad una popolazione di soggetti.
Almeno in termini di principio, dopo Franzese non vi è più sentenza di merito o di legittimità che affermi la possibilità di accertare il nesso causale sulla base del solo parametro epidemiologico dell’aumento del rischio per il singolo esposto di contrarre la patologia, senza passare da un esame ex post della riconducibilità dell’insorgenza della singola malattia proprio all’esposizione, e non ad altri fattori di rischio.
La sentenza della Cassazione Cozzini del 2010, in materia di patologie correlate all’inalazione di amianto, costituisce la più lucida e compiuta esposizione del modello di accertamento eziologico oggi adottato in sede di legittimità e del ruolo che riveste al suo interno la conoscenza epidemiologica. Se (come accade pressoché inevitabilmente) l’evidenza epidemiologica di una correlazione sostanza-patologia ha contenuto probabilistico lontano dal 100%, anche quando tale relazione risulti scientificamente accertata oltre ogni ragionevole dubbio a livello di causalità generale, per sostenere l’accertamento eziologico essa deve essere supportata da un giudizio di alta probabilità logica circa la riconducibilità alla sostanza del singolo evento concreto (causalità individuale).
E’ chiaro come tale modello di accertamento causale renda assai gravoso il compito dell’accusa. Quando la patologia da imputare abbia natura multifattoriale (come la grandissima maggioranza della patologie oncologiche), oppure quando, pur trattandosi di patologie monofattoriali (come il mesotelioma oggetto della sentenza Cozzini), l’imputato sia responsabile solo di una frazione temporale dell’esposizione (perché nel corso della vita lavorativa della vittima si sono succeduti più soggetti ai vertici dell’impresa), il pubblico ministero, dopo aver provato la correlazione epidemiologica tra la sostanza e la patologia in questione, si troverà nella impervia situazione di dover altresì dimostrare che il singolo evento patologico non sia addebitabile ad un fattore di rischio diverso da quello lavorativo (esempio classico è il fumo di sigarette per il tumore al polmone), oppure che il protrarsi dell’esposizione abbia accelerato l’insorgenza della singola patologia (nel caso di successione nel tempo dei soggetti responsabili per l’esposizione). Nelle sentenze (soprattutto di merito) che pervengono comunque ad una decisione di condanna, tali problemi vengono superati mediante il ricorso alla categoria delle concause. Quelle che le difese allegano come spiegazioni alternative dell’evento (il fattore di rischio estraneo all’attività lavorativa, in un caso; le prime fasi di esposizione lavorativa, nell’altro), vengono interpretate dal giudicante come concause, che hanno interagito con l’esposizione addebitabile all’imputato e sono da ritenersi conditiones sine quibus non dell’evento concreto, in quanto hanno abbreviato il termine di latenza o hanno aggravato il quadro patologico.
Più ancora che la nozione dogmatica di causalità, risulta poi spesso decisiva la ricostruzione del dato scientifico cui il giudice intenda aderire. Specie in materia di malattie asbesto-correlate, è frequente che le questioni più dibattute nel corso del processo siano quelle scientifiche relative agli effetti dell’amianto sull’insorgenza delle singole patologie. Il problema più ricorrente è se il mesotelioma pleurico (la patologia oncologica più comunemente associata all’amianto) sia una malattia dose-dipendente (cioè se il decorso della malattia è influenzato dalla durata dell’esposizione) oppure dose-indipendente (cioè se, una volta avvenuta la prima esposizione all’amianto, il decorso della patologia non è influenzato dal protrarsi dell’esposizione): aderire alla prima tesi significa ritenere possibile l’imputazione dell’evento concreto (la malattia come si è hic et nunc verificata) anche a soggetti responsabili di periodi di esposizione successivi al primo, aderire alla seconda comporta al contrario l’assoluzione dei responsabili delle esposizioni più recenti.
Il tema è lontano dall’aver trovato uno stabile punto d’approdo in giurisprudenza. In ogni caso l’evidenza epidemiologica che la sostanza ha provocato un eccesso di mortalità negli esposti non basta, secondo il modello individualizzante adottato in giurisprudenza dalla sentenza Franzese in poi, per ritenere provato il nesso causale rilevante ai fini dell’accertamento dei reati di omicidio o lesioni.


1 Sul rapporto di causalità si veda, su tutti, ANTOLISEI, Il rapporto di causalità nel diritto penale, Padova, 1934; BLAIOTTA, Causalità giuridica, Torino, 2010; CANZIO, L’oltre il ragionevole dubbio come regola probatoria e di giudizio nel processo penale, in Riv. It. Dir. Proc. Pen., 2004, 303; CASTALDO, L’imputazione oggettiva nel delitto colposo d’evento, Napoli, 1989;
2 V. F. STELLA, Giustizia e modernità – La protezione dell’innocente e la tutela delle vittime, Parte II, 2001.
3 Cass. Pen., 28 settembre 2000, Baltrocchi; Cass. Pen., 29 novembre 2000, Musto; Cass. Pen., 29 novembre 2000, Di Cintio, tutte in Riv. it. dir. proc. pen., 2001, 277 e ss.
4 Cass. Pen., Sez. Un., 10 luglio 2002 (10 settembre 2002), Franzese in Riv. it. dir. proc. pen., 2002, 1133.
5 ex plurimis, Sez. IV, 7.1.1983, Melis, rv. 158947; 2.4.1987, Ziliotto, rv. 176402; 7.3.1989, Prinzivalli, rv. 181334; 23.1.1990, Pasolini, rv. 184561; 13.6.1990, D’Erme, rv. 185106; 18.10.1990, Oria, rv. 185858; 12.7.1991, Silvestri, rv. 188921; 23.3.1993, De Donato, rv. 195169; 30.4.1993, De Giovanni, rv. 195482; 11.11.1994, Presta, rv. 201554
6 Sez. IV, 28.9.2000, Baltrocchi, rv. 218777; 29.9.2000, Musto; 25.9.2001, Covili, rv. 220953; 25.9.2001, Sgarbi, rv. 220982; 28.11.2000, Di Cintio, rv. 218727
7 Sez. IV, 24.6.1986, Ponte, rv. 174511-512; Sez. N, 6.12.1990, Bonetti, rv. 191788; Sez. IV, 31.10.1991, Rezza, rv. 191810; Sez. IV, 27.5.1993, Rech, rv. 196425; Sez. IV, 26.1.1998, P.G. in proc. Viviani, rv. 211847

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