IL REATO DI GETTO PERICOLOSO DI COSE

di ENRICO NAPOLETANO

1. L’emissione incontrollata di fumi nocivi.
– Il reato di getto pericoloso di cose (art. 674 c.p.), contenuto nel titolo delle contravvenzioni contro l’incolumità pubblica del codice penale1, nell’ultimo ventennio giurisprudenziale ha trovato sempre crescenti applicazioni nel campo dell’inquinamento industriale ora per casi di molestie olfattive (emissioni odorigene)2, ora per inquinamento delle falde acquifere3, ora per inquinamento dell’aria; e ciò, forse, anche per l’ormai nota indeterminatezza della più grave fattispecie delittuosa nota come disastro innominato ex art. 434 c.p. a casi di inquinamento di ben più ampia portata e gravità. L’art.674 c.p. punisce “chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti”.
Dottrina e giurisprudenza sono ormai in linea nel ritenere che si è in presenza di un reato unico e non già di due distinte ed autonome ipotesi di reato: la condotta consistente nel provocare emissioni di gas, vapori o fumo rappresenta, infatti, una specie del più ampio genere di condotta costituita dal gettare o versare cose atte a offendere, imbrattare o molestare persone. La condotta di provocare emissioni ha, quindi, il solo fine di specificare che, in presenza di attività disciplinate dalla legge, la rilevanza penale delle emissioni in atmosfera è subordinata al superamento di limiti e prescrizioni di settore; cosicché, ove detti limiti e prescrizioni non vi siano, l’emissione andrà considerata idonea ad offendere o a molestare le persone anche sulla base del mero dato olfattivo, come riconosciuto anche a livello europeo4.
La fattispecie contravvenzionale mira, dunque, a tutelare direttamente le persone e la pubblica incolumità e si pone in un rapporto di specialità con la normativa di settore ambientale che, diversamente, ha per finalità la protezione della specifica risorsa ambientale, come bene giuridico autonomo e, solo in via mediata, anche la generalità dei soggetti che subiscono le conseguenze del degrado qualitativo della stessa5.
Trattasi di un reato di pericolo astratto essendo sufficiente, ai fini della sua configurabilità, l’idoneità a creare semplice molestia alle persone, «preoccupazione ed allarme circa eventuali danni alla salute a seguito della esposizione a emissioni atmosferiche inquinanti»6. L’attitudine a cagionare tali effetti «non deve essere necessariamente accertata mediante perizia, ben potendo il giudice, secondo le regole generali, fondare il proprio convincimento su elementi probatori di diversa natura, comprese le dichiarazioni testimoniali di coloro che siano in grado di riferire caratteristiche ed effetti delle immissioni, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o di giudizi di natura tecnica, ma si limitino a riferire quanto oggettivamente percepito dai dichiaranti medesimi»7.
Ancora, se ne afferma la natura di reato permanente. Sono tali quelli nei quali l’offesa al bene giuridico tutelato si protrae nel tempo per effetto della persistente condotta del soggetto agente: la condotta illecita deve avere, dunque, carattere continuativo e ad essa l’agente può porre fine con condotta volontaria. L’illegittima emissione di gas, vapori, fumi atti ad offendere o imbrattare o molestare le persone, connessa all’esercizio di attività industriali o comunque ad essa legate, assume il carattere della permanenza non potendosi ravvisare la consumazione di definiti eventi in ogni singola emissione di durata temporale non sempre individuabile. Il carattere continuativo delle emissioni moleste non si identifica con la ripetitività giornaliera delle stesse, bastando che esse si protraggano – senza interruzioni di rilevante entità – per un lasso apprezzabile di tempo a cagione della duratura condotta colpevole del soggetto agente8. La giurisprudenza è costante nell’affermare che il reato è configurabile sia in forma omissiva sia in forma commissiva mediante omissione (c.d. reato omissivo improprio) ogniqualvolta il pericolo concreto per la pubblica incolumità derivi anche dalla omissione, dolosa o colposa, del soggetto che aveva l’obbligo giuridico di evitarlo9, pur dovendosi escludere ogni automatismo tra omissione e responsabilità penale10.

2. La rilevanza penale dei limiti di legge.
– Ciò detto, ai fini della sussistenza del reato occorre distinguere tra le attività industriali che trovano la loro regolamentazione in una specifica normativa di settore (come ad esempio, in materia di inquinamento atmosferico) e quelle che invece non sono regolamentate in un’autorizzazione specifica o per le quali non esiste una predeterminazione normativa di limiti tabellari.
Per le prime, si pone la questione della configurabilità del reato sia nel caso in cui le emissioni in atmosfera siano contenute al di sotto dei limiti di legge ma producono un forte odore olfattivo fastidioso per la popolazione esposta; sia nel caso in cui, in condizioni di marcia ordinarie dello stabilimento, si verificano up-set impiantistici che determinano superamenti dei limiti emissivi transitori, previsti in autorizzazione all’esercizio dell’attività industriale. Tale condotta, per quanto qui rileva e per quanto meglio si dirà in seguito11, è certamente correlata causalmente al tema del pericolo per la pubblica incolumità e, più specificatamente, al danno ambientale e sanitario.
La casistica sopra richiamata può essere affrontata unitariamente: la Suprema Corte di Cassazione si era reiteratamente pronunciata in passato per l’irrilevanza, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 674 c.p., del rispetto dei limiti di emissione previsti per legge o in appositi provvedimenti autorizzativi regionali. Si ammetteva la sussistenza del reato indipendentemente dall’esistenza di un’autorizzazione alle emissioni e a prescindere dal superamento di limiti emissivi stabiliti dalla legge, purché le emissioni avessero cagionato una molestia che superasse il limite della normale tollerabilità ex art. 844 c.c.: «la contravvenzione è integrabile indipendentemente dal superamento dei valori limite di emissione eventualmente stabiliti dalla legge, in quanto anche un’attività produttiva di carattere industriale autorizzata può procurare molestie alle persone, per la mancata attuazione dei possibili accorgimenti tecnici, atteso che il reato de quo mira a tutelare la salute e l’incolumità delle persone indipendentemente dall’osservanza o meno di standards fissati per la prevenzione dell’inquinamento atmosferico»12.
Di contro, invece, è opinione ormai consolidata che l’espressione “nei casi non consentiti dalla legge” costituisce una «precisa indicazione della necessità, ai fini della configurazione del reato, che, qualora si tratti di attività considerate dal legislatore socialmente utili e che per tale motivo sia prevista e disciplinata, l’emissione avvenga in violazione delle norme o prescrizioni di settore che regolano la specifica attività. In tali ipotesi, invero, deve ritenersi che la legge contenga una sorta di presunzione di legittimità delle emissioni di fumi, vapori o gas che non superino la soglia fissata dalle norme speciali in materia»13. Tale orientamento ha trovato conferma in altre pronunce della Corte, sino a diventare orientamento maggioritario: secondo tale giurisprudenza, alla luce del principio da ultimo affermato, «per una affermazione di responsabilità non è sufficiente il rilievo che le emissioni siano astrattamente idonee ad arrecare offesa o molestia, ma è indispensabile anche la puntuale e specifica dimostrazione oggettiva che esse superino i parametri fissati dalle norme speciali. Qualora invece le emissioni, pour quando abbiano arrecato concretamente offesa o molestia alle persone, siano state tuttavia contenute nei limiti di legge, saranno eventualmente applicabili le sole norme di carattere civilistico contenuti nell’art.844 c.c. In altri termini, contrariamente a quanto ritenuto dal precedente orientamento, all’inciso nei casi non consentiti dalla legge deve riconoscersi un valore rigido e decisivo tale da costituire una sorta di spartiacque tra il versante dell’illecito penale da un lato e quello dell’illecito civile dall’altro»14.
Il superamento dei limiti non è quindi di per se sufficiente ad integrare il reato, essendo invece necessario che sia raggiunta la prova certa ed oggettiva di un effettivo nocumento per la salute o la tranquillità delle persone.
Il principio di diritto seguito ormai dal “diritto vivente” è dunque quello secondo cui «il reato di cui all’art.674 c.p. non è configurabile nel caso in cui le emissioni provengano da una attività regolarmente autorizzata o da una attività prevista e disciplinata da atti normativi speciali e siano contenute nei limiti previsti dalle leggi di settore o dagli specifici provvedimenti amministrativi che le riguardano, il cui rispetto implica una presunzione di legittimità del comportamento»15. Qualora invece le emissioni, pur se contenute entro i limiti di legge, abbiano arrecato in concreto offesa o molestia alle persone, queste non avranno rilevanza penale ma saranno comunque rilevanti ai fini civilistici ex art. 844 c.c.
Cosicché dottrina e giurisprudenza oggi concordano nel ritenere che l’inciso legislativo della fattispecie penale “nei casi non consentiti dalla legge” costituisce – contrariamente a quanto ritenuto dal precedente orientamento – un valore rigido e decisivo per individuare l’esatto limite tra il versante dell’illecito penale da un lato e quello dell’illecito civile dall’altro16.
Quanto, poi, alle attività industriali che non trovano una regolamentate in un’autorizzazione specifica o per le quali non esiste una predeterminazione normativa di limiti tabellari il riferimento resta pur sempre alla soglia di tollerabilità consentita ma comunque ancorata quanto più possibile ai principi ispiranti le specifiche normative tecniche di settore.


1 Su tutti v. P. FIMIANI, La tutela penale dell’ambiente, II^ ed., Milano, 2016; C. PARODI (a cura di), Diritto penale dell’impresa, vol. II, Milano, 2017; C. RUGA RIVA, Diritto penale dell’ambiente, III^ ed., Torino, 2016.
2 Cass. pen., 27 marzo 2008, Crupi, in CED rv. 239874;
3 Cass. pen., 22 giugno 2005, Ventura, in Cass. pen., 2006, p. 4072; cfr. Cass. pen., 25 maggio 2011, in CED rv. 250618;
4 Cass. pen., n. 8273/2009.
5 Cass. Pen., Sez. I, n.9357/1994.
6 Cass. Pen., Sez. I, n.11868/1995 e Sez. III, n.3531/1998; n.35489/2007; n.28520/2009.
7 Cass. pen., Sez. I, n.739/1998; cfr. anche Cass. pen., Sez. III, n.35738/2001 e n.971/2015
8 Cass. pen., Sez. III, n.19637/2012.
9 Ex multis, Cass. pen., Sez. III, n.16286/09; n.15956/14; n.49213/14 e n.3919/95 che ha affermato la responsabilità del titolare di una ditta esercente un’attività industriale di produzione di calcestruzzo che avevano omesso di asfaltare i piazzali di manovra dei veicoli, come già imposto con ordinanza del Sindaco, in quanto il fatto, pur se contestato come omissivo con riferimento all’aspetto dell’asfaltatura detta, implicava una condotta positiva di disturbo e di molestia, a livello igienico, specie in considerazione del tipo di attività svolta e della conseguente necessaria movimentazione quotidiana di polveri di calcare.
10 Cass. pen., Sez. I, n.3644/95.
11 V.§6.
12 cfr. a titolo esemplificativo Cass. pen., Sez. I, 31.01.2002, secondo cui: “la condotta costitutiva dell’illecito di che trattasi deve ritenersi integrata a prescindere dal superamento di valori limite delle immissioni, eventualmente stabili dalla legge, essendo sufficiente che essa abbia cagionato disturbo, offesa o molestia alle persone”; nello stesso senso Cass. Sez. III n. 38936 del 28/09/2005: “la contravvenzione di cui all’art. 674 cod. pen. è integrabile indipendentemente dal superamento dei valori limite di emissione eventualmente stabiliti dalla legge, in quanto anche un’attività produttiva di carattere industriale autorizzata può procurare molestie alle persone, per la mancata attuazione dei possibili accorgimenti tecnici, atteso che il reato de quo mira a tutelare la salute e l’incolumità delle persone indipendentemente dall’osservanza o meno di standards fissati per la prevenzione dell’inquinamento atmosferico”; Cass. Sez. III, 21 giugno 2007, n. 35489, secondo cui “in tema di getto pericoloso di cose, l’evento di molestia provocato dalle emissioni di gas, fumi o vapori non si ha solo nei casi di emissioni inquinanti in violazione dei limiti di legge, in quanto non è necessario che le stesse siano vietate da speciali norme giuridiche, ma è sufficiente il superamento del limite della normale tollerabilità ex art. 844 c.c., la cui tutela costituisce la ratio della norma incriminatrice”; ancora, Sez. III, 9/10/2007, n.2475 in forza della quale, “non esistendo una normativa statale che prevede disposizioni specifiche e valori limite in materia di odori, con conseguente individuazione del criterio della stretta tollerabilità quale parametro di legalità dell’emissione, il reato di cui all’art. 674 cod. pen. è configurabile addirittura anche nel caso di ‘molestie olfattive’ promananti da impianto munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera”; Cass. Sez. I, 27/3/2008, n. 16693; ancora, Sez. III, 12.02.2009 n.15734: “il reato di getto pericoloso di cose è integrabile indipendentemente dal superamento dei valori limite di emissione eventualmente stabiliti dalla legge, in quanto anche un’attività produttiva di carattere industriale autorizzata può procurare molestie alle persone, per la mancata attuazione dei possibili accorgimenti tecnici”, e, ancor più recentemente, Cass. Pen., Sez. III, 27/09/2011, n. 34896, per la quale “si configura il reato di cui all’art. 674 cod. pen. anche nel caso di molestie olfattive promananti da impianto munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera. L’evento del reato consiste nella molestia che, nel caso sia provocata dalle emissioni di gas, fumi e vapori, prescinde dal superamento di eventuali limiti previsi dalla legge, essendo sufficiente il superamento del limiti della normale tollerabilità ex art. 844 c.c.”).
13 Cass. Pen., Sez. III, Sent. (ud. 21/10/2010), 18 novembre 2010, n.40849.
14 Cass. Pen., Sez. III, n.40849/2010, cit.; cfr. n.36845/2008; n.41366/2008; n.16286/2009, n.8273/2010, n.17967/2010, n.37495/2011 e n.18896/2014.
15 Cass. Pen., Sez. III, n.40849/2010, cit.
16 Così A. SCARCELLA, Getto pericoloso di cose ed inquinamento elettromagnetico, in Cass. pen., 2009, 1125.

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