RIFIUTI PERICOLOSI: LA QUESTIONE DELL’ “H14”

di ENRICO NAPOLETANO

Premessa. – La categoria dei rifiuti pericolosi – e quindi la distinzione tra rifiuti pericolosi e rifiuti non pericolosi – è stata introdotta dalla direttiva 91/689/CEE, per l’appunto “relativa ai rifiuti pericolosi”, del 12 dicembre 1991.

Detta direttiva, in sintesi, disponeva (vedasi par. 4 dell’art. 1):

  • che erano pericolosi i rifiuti individuati come tali in un apposito elenco approvato (da approvarsi) dalla Commissione;
  • che tale elenco doveva essere elaborato sulla base delle indicazioni di cui agli allegati I e II della medesima direttiva (rispettivamente: categorie o tipi generici di rifiuti pericolosi e costituenti che rendono pericolosi i rifiuti);
  • che i rifiuti elencati dovevano possedere almeno una delle caratteristiche di cui all’allegato III (contenente l’elenco delle caratteristiche di pericolo per i rifiuti e corri- spondente all’allegato III della vigente direttiva 2008/98/CE).

In pratica, quindi, i rifiuti pericolosi erano solo ed esclusivamente quelli (successivamente) individuati come tali dalla Commissione (decisione 94/904/CE), costituendo gli allegati alla direttiva (ivi compreso l’allegato III) solo gli “strumenti”, ovvero i presupposti, per l’individuazione di detti rifiuti, con apposito successivo atto regolamentare e non diretta- mente da parte di operatori. In altri termini i criteri di individuazione costituiti dagli allegati avevano come unico destinatario la Commissione.

Quanto sopra fatta salva la facoltà degli stati membri di individuare ulteriori rifiuti che a lo- ro avviso possedevano le caratteristiche indicate nell’allegato III, ma con la precisazione che tali casi avrebbero dovuto essere notificati alla Commissione ai fini dell’aggiornamento dell’elenco.

Primo elenco dei rifiuti pericolosi. – Il primo elenco dei rifiuti pericolosi è stato adotta- to, come accennato, con decisione 94/904/CE. Si trattava di un elenco tassativo, nel senso che i rifiuti ivi elencati erano sempre e comunque pericolosi senza possibilità di prova con- traria, e, per contro, quelli non elencati (ossia gli altri rifiuti del catalogo europeo – CER adottato con decisione 94/3/CE) non erano mai pericolosi (salvo la già vista facoltà degli Stati di ritenerli motivatamente tali e conseguente comunicazione alla Commissione ai fini dell’aggiornamento dell’elenco).
Nondimeno, l’art. 1 della decisione 94/904/CE conteneva un elenco di caratteristiche di pericolo con relative soglie (“si considera che questi rifiuti presentino una o più caratteristiche indicate dall’allegato III della direttiva 91/689/CEE e, per quanto riguarda le voci da H3 a H8 di tale allegato, una o più delle seguenti caratteristiche:….”, trattandosi chiaramente di una presunzione assoluta e non relativa).
L’elenco in discorso è stato a suo tempo trasposto nell’allegato D al d.lgs. n. 22/1997.

Secondo elenco dei rifiuti pericolosi. – Il secondo elenco comunitario dei rifiuti perico- losi, adottato con decisione 2000/532/CE (in buona parte tutt’ora vigente, anche a seguito della decisione 2014/955/UE) ha sostituito il precedente elenco incorporandolo nell’elenco generale dei rifiuti (tant’è che ha sostituito non solo la decisione 94/904/CE, ma anche la 94/3/CE istitutiva del CER) ed è anch’esso fondato sull’art. 1, par. 4, della direttiva 91/689/CEE: restano in altri termini totalmente invariati i presupposti normativi.

La novità, come è noto, è costituita dal fatto che con la decisione del 2000, fermo restando che vi sono dei rifiuti che sono sempre e comunque pericolosi (codici con asterisco) e altri che non lo sono mai (codici senza asterisco), in alcuni casi l’attribuzione della qualifica di pericoloso (ossia l’attribuzione di un codice con l’asterisco) dipende dalla verifica della pre- senza o meno di determinate sostanze pericolose al di sopra di determinate soglie. La deci- sione del 2000, inoltre, conteneva l’espressa precisazione che solo per alcune delle caratteri- stiche di pericolo di cui all’allegato III alla direttiva tali soglie sono state fissate, mentre per le altre la “…presente decisione non specifica alcunché” (punto 6 dell’introduzione all’allegato alla decisione 2000/532/CE). Questo stato di cose è significativamente cambiato solo con l’entrata in vigore del regolamento (UE) n. 1357/2015 – e della citata decisione 2014/995/UE (c.d. “CER 2015”) – con il quale sono state fissate soglie di riferimento per tutte le caratteristiche di pericolo, eccettuata, guarda caso, proprio l’ecotossicità (HP14) con la motivazione che “è necessario uno studio supplementare”.

Tornando alla decisione del 2000, ossia al regime di codifica e classificazione in vigore dal 2002 al 2015 (salvo le novità per l’H14 intervenute tra fine 2010 e inizio 2012 di cui si dirà), è il caso di rilevare come le soglie, a tal fine fissate all’art. 2 della decisione in discorso, ri- proponevano quelle già indicate nella precedente decisione, solo integrandole con riferi- mento alle sostanze tossiche per il ciclo produttivo e a quelle mutagene. In sintesi con il si- stema di codifica/classificazione introdotto dalla decisione 2000/532/CE si aveva che:

  • per i rifiuti direttamente classificati come pericolosi nell’elenco (codice con asterisco “fisso”) il superamento delle soglie era presunto per legge; l’eventuale accertamento che in concreto il rifiuto non contenesse alcuna sostanza pericolosa o comunque non oltre le soglie fissate era del tutto ininfluente: il rifiuto restava comunque “giuridicamente” pe- ricoloso (regola tutt’oggi valida);
  • per i rifiuti direttamente classificati come non pericolosi (codice senza asterisco) il non superamento delle soglie era parimenti presunto dalla legge; l’eventuale accertamento che in concreto il rifiuto contenesse una o più sostanze pericolose oltre le soglie fissate era del tutto ininfluente: il rifiuto resta comunque “giuridicamente” non pericoloso (rego- la tutt’oggi valida);
  • la verifica del superamento, ma solo in riferimento alle soglie fissate, andava eseguita per i rifiuti che nell’elenco sono descritti in ragione della presenza o meno di sostanze pericolose; es.: rifiuto “X” contenente amianto: andava ricercato l’amianto e se l’amianto superava la soglia dello 0,1 %, ossia la soglia fissata per le sostanze cancero- gene, doveva essere applicato il codice con asterisco, in caso contrario doveva essere ricercato altro codice: l’amianto al di sotto dello 0,1 % è come se non ci fosse (regola tutt’oggi valida, salvo i diversi criteri di individuazione delle soglie introdotti dal rego- lamento (UE) n. 1357/2014).

Va sottolineato come, anche a seguito dell’entrata in vigore dell’elenco di cui alla decisione del 2000, permaneva l’espressa attribuzione agli Stati membri della facoltà di decidere che un determinato rifiuto classificato, a livello comunitario, come pericoloso non presentasse alcuna delle caratteristiche di cui all’allegato III e viceversa, con l’onere peraltro di darne comunicazione alla Commissione ai fini dell’aggiornamento del ripetuto elenco (art. 3 della decisione 2000/532/CE).

LE “NOVITÀ” INTRODOTTE DALLA DIRETTIVA 2008/98/CE

Nuova definizione:

  • «rifiuto pericoloso: rifiuto che presenta una o più caratteristiche di cui all’allegato III» (art. 3, punto 2); l’allegato III alla direttiva 2008/98/CE riproponeva il corrispondente allegato alla direttiva 91/686/CEE (poi integralmente sostituito con l’entrata in vigore del regolamento (UE) n. 1357/2014), salvo l’aggiunta della caratteristica di “sensibilizzante” (“nuovo” H13, mentre il “vecchio” H13 è diventava H15) e alcune modifiche alle note. La nuova definizione comunitaria è stata testualmente ripresa nel d.lgs. n. 152/2006 (come modificato dal d.lgs. n. 205/2010), salvo fare riferimento al proprio allegato I (“i” come Imo- la, non “primo”), che riproduceva l’allegato III comunitario.

Data tale definizione, però (art. 7, par. 1 della direttiva 2008/98/CE), ferma restando la possibilità di modifiche all’elenco dei rifiuti istituito dalla decisione 2000/532/CE, la norma comunitaria precisa che:

  • tale elenco«include i rifiuti pericolosi e tiene conto dell’origine e della composizione dei rifiuti e, ove necessario, dei valori limite di concentrazione delle sostanze pericolose» e che
  • lo stesso elenco «è vincolante per quanto concerne la determinazione dei rifiuti da considerare pericolosi».

Quanto sopra non toglieva la già prevista facoltà per gli Stati membri di considerare (appli- cando direttamente l’allegato III) pericolosi rifiuti che in base alla decisione del 2000 non lo sono e viceversa, dandone comunicazione alla Commissione ai fini del riesame dell’elenco comunitario (paragrafi 2 e 3 del citato art. 7).

Col che, di fatto, la nuova direttiva ripropone esattamente la disciplina risalente al ’91.

CLASSIFICAZIONE DEI RIFIUTI PERICOLOSI POST D.LGS. 205/1010

A seguito delle modifiche al 152 introdotte dal d.lgs. n. 205/2010 (in vigore dal 25 dicem- bre 2010) erano pericolosi i rifiuti “che recano le caratteristiche di cui all’allegato I della parte IV del presente decreto” (art. 184, comma 4) ove l’allegato I riproduceva testualmente l’allegato III al- la direttiva 2008/98/CE ante regolamento (UE) n. 1357/2014); però, in conformità alla medesime direttiva (art. 184, comma 5):

  • l’elenco dei rifiuti di cui all’allegato D (che corrisponde all’elenco allegato alla decisione comunitaria 2000/532/CE) «include i rifiuti pericolosi e tiene conto dell’origine e della composizione dei rifiuti e, ove necessario, dei valori limite di concentrazione delle sostanze pericolose» e
  • lo stesso elenco «è vincolante per quanto concerne la determinazione dei rifiuti da considerare pericolosi».

Fermo restando che

  • «l’inclusione di una sostanza o di un oggetto nell’elenco non significa che esso sia un rifiuto in tutti i casi», mentre
  • «con decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare … possono essere emanate specifiche linee guida per agevolare l’applicazione della classificazione dei rifiuti introdotta agli allegati D e I».

Classificazione in base all’allegato D in vigore dal 25 dicembre 2010

In base all’elenco («vincolante») restava (o avrebbe dovuto) che:

  • «i rifiuti contrassegnati nell’elenco con un “*” [e solo questi] sono rifiuti pericolosi»,
  • con la precisazione che se nell’allegato D il rifiuto «è identificato come pericoloso mediante rife- rimento specifico o generico a sostanze pericolose [ossia se nella sua descrizione vengono specifi- camente o genericamente menzionate sostanze pericolose], esso è classificato come pericoloso solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni (ad esempio, percentuale in peso) tali da con- ferire al rifiuto in questione una o più delle proprietà di cui all’allegato I»,

mentre

  • non sono mai pericolosi i rifiuti che nell’allegato D non sono contrassegnati con un “*”.

Classificazione in base alla definizione in vigore dal 25 dicembre 2010

In base alla nuova definizione di cui all’art. 183, comma 1, lettera b) (“rifiuto pericoloso: rifiuto che presenta una o più delle caratteristiche di cui all’allegato I”), invece, sarebbero:

  • pericolosi tutti i rifiuti che presentano una o più caratteristiche di cui all’allegato I, anche se non sono contrassegnati da “*” nell’allegato D,

mentre

  • non sarebbero mai pericolosi i rifiuti che non presentano alcuna delle caratteristiche di cui all’allegato I, anche se nell’allegato D sono contrassegnati con un “*”.

È evidente come l’applicazione diretta della nuova definizione è in contrasto con la sancita vincolanza dell’elenco. Infatti, se fosse vero che sono pericolosi sempre e solo i rifiuti che concretamente presentano le caratteristiche di pericolo di cui all’allegato I, si avrebbero dei rifiuti con codice senza asterisco che nondimeno sarebbero pericolosi e dei rifiuti con aste- risco “fisso” che nondimeno sarebbero non pericolosi: l’elenco non sarebbe per nulla vinco- lante e gli asterischi sarebbero inutili.

Quanto sopra è peraltro perfettamente in linea con la norma comunitaria.

 Allegato I
(corrisponde all’allegato III alla dir. 2008/98/CE)
reca le CARATTERISTICHE DI PERICOLO PER I RIFIUTI
Allegato D
(corrisponde all’allegato alla decisione 2000/532/CE)
reca
ELENCO DEI RIFIUTI
 ↓  ↓
 il rifiuto è un «rifiuto pericoloso» se pre- senta una o più di tali caratteristiche
(nuova definizione di cui all’art. 183, comma 1, lett. b), identica a quella di cui all’art. 3, punto 2), della direttiva 2008/98/CE)
«i rifiuti contrassegnati con un “*” sono rifiuti pericolosi», se però il rifiuto «è identificato come pericoloso mediante ri- ferimento specifico o generico a sostanze pericolose, esso è classificato come peri- coloso solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni»

Restava – e resta, come comunemente riconosciuto, salvo isolate voci contrarie – che, ai fini della classificazione, la verifica della presenza o meno delle caratteristiche di pericolo non andava eseguita in via generale, ma solo se nell’allegato D il rifiuto «è identificato come pericoloso mediante riferimento specifico o generico a sostanze pericolose». In tal caso «esso è classificato come pericolo- so solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni (ad esempio, percentuale in peso) tali da conferire al rifiuto in questione una o più delle proprietà di cui all’allegato I».

CARATTERISTICHE DI PERICOLO PRIVE DI SOGLIE NELLA DECISIONE CE

Premesso che, se la decisione comunitaria, così come l’allegato D al d.lgs. 152/2006, è – era, in quanto oggi si applicano, ma sempre con la medesima vincolanza, gli allegati al rego- lamento ed alla decisione del 2014 – vincolante per quanto concerne la determinazione dei rifiuti da considerarsi pericolosi, tale vincolanza si ha anche per tutte le sue componenti e modalità di applicazione, ivi compresa la parte in cui la decisione del 2000 ed il corrispon- dente allegato D specificavano le concentrazioni il cui superamento rilevava ai fini della classificazione.

Nella decisione comunitaria, peraltro, veniva espressamente precisato che “per le caratteristi- che da H3 a H8, H10 e H11 si applica l’articolo 2 della presente decisione” mentre “per le caratteristi- che H1, H2, H9, H12; 13 e H14 al momento l’articolo 2 della presente decisione non specifica alcunché”.

Inopinabilmente con il d.lgs. 205/2010 sono state soppresse tali precisazioni che invece fi- guravano nel testo originario dell’introduzione all’allegato D al d.lgs. 152/2006 (nella legge di delega l’unico “criterio” era di dare attuazione alla nuova direttiva così com’è e di emanare le norme a tale unico fine necessarie).

Decisione 2000/532/CE

Se un rifiuto è identificato come pericoloso mediante riferimenti specifico o generico a sostanze pericolose, esso è classificato come pericoloso solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni (ad esempio percentuale rispetto al peso), tali da conferire al rifiuto in questione una o più delle proprietà di cui all’allegato III della direttiva 91/689/CEE. Per le caratteristiche da H3 a H8, H10 e H11 si applica l’articolo 2 della presente decisione. Per le caratteristiche H1, H2, H9, H12; H13 e H14 al momento l’articolo 2 della presente decisione non specifica alcunché.

Introduzione all’all. D al 152/2006

Se un rifiuto è identificato come pericoloso mediante riferimenti specifico o generico a sostanze pericolose, esso è classificato come pericoloso solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni (ad esempio, percentuale in peso), tali da conferire al rifiuto in questione una o più delle proprietà di cui all’allegato I.

Potestà per gli Stati membri di “variare” la classificazione comunitaria. – Certamente la direttiva ammetteva, come si è visto, che gli Stati membri potessero decidere di considerare pericolosi dei rifiuti che tali non erano in base alla decisione del 2000 e di considera- re non pericolosi dei rifiuti che invece lo erano. In tali casi la direttiva prevede solo l’obbligo per gli Stati di darne comunicazione alla Commissione ai fini dell’eventuale aggiornamento della citata decisione.

Quanto sopra in tutta evidenza deve trovare idonea regolamentazione nella normativa na- zionale di attuazione e trasposizione della direttiva. Non sembra proprio che ciò sia stato fatto con il d.lgs. 205/2010 (né che sarebbe stato consentito dalla legge di delega).

In questo contesto, il decreto ministeriale previsto al comma 5 dell’art. 184 nella formula- zione vigente a seguito del d.lgs. n. 2015/2010 sembra poter essere diretto unicamente alla emanazione di linee guida per agevolare l’applicazione della classificazione come già stabili- ta e non certo per integrarne le modalità con nuove regole.

Classificazione delle sostanze, delle miscele e dei rifiuti. – Il rinvio alla disciplina per la classificazione delle sostanze pericolose contenuto in nota all’allegato I alla parte quarta del d.lgs. n. 152/2006 (così come all’allegato III alla direttiva) in tutta evidenza riguarda la classificazione delle sostanze la cui presenza nei rifiuti (con “codice a specchio”) ne può determinare la pericolosità e non direttamente la classificazione dei rifiuti.

In altri termini posto che è (era) pericoloso il rifiuto (con “codice a specchio”) contenente, ad esempio, una o più sostanze molto tossiche in concentrazione totale pari o superiore all’1%, la nota in esame si limita a precisare che per stabilite quali siano le sostanze molto tossiche bisogna applicare la disciplina sulla classificazione delle sostanze pericolose.

Appare del tutto infondata l’ipotesi – da taluni sostenuta – che si possa (o addirittura si debba) ricorrere a detta disciplina per “integrare” la “tabella” dei valori di soglia che, come detto, e come esplicitamente riconosciuto dalla norma comunitaria, riguardava solo alcune e non tutte le caratteristiche di pericolo, ai fini della classificazione dei rifiuti.

Né per giunta può essere considerato un a caso il fatto che nelle note all’allegato I, come ri- formulate con il d.lgs. n. 105/2010, si richiami innanzitutto la disciplina per la classifica- zione delle sostanze e solo in subordine – e comunque con la sibillina precisazione “ove per- tinente” (?) – quella per la classificazione dei preparati (o miscele): ben difficilmente i rifiuti sono sostanze; di norma sono miscele!

Risulta comunque quanto meno irrazionale – e quindi in sé di dubitabile “pertinenza” – l’applicazione meccanica ai rifiuti i criteri e le soglie graduate stabilite per la classificazione di prodotti destinati al mercato, che, come detto, non sono mai pericolosi tout court, ma eventualmente connotati da una pericolosità specifica e qualificata con un’informazione fi- nalizzata alle modalità ed ai criteri di impiego.

D’altro canto, se si confrontano le soglie fissate dalla decisione europea del 2000 ai fini del- la classificazione dei rifiuti, con riferimento alle caratteristiche di pericolo considerate, con quelle previste dalla disciplina all’epoca vigente per la classificazione delle miscele, si nota per i rifiuti una drastica semplificazione ed in alcuni casi dei valori significativamente diver- si.

Il sopravvenuto regolamento (UE) n. 1357/2014, in vigore dal giugno 2015, pur in una lo- gica di avvicinamento tra la classificazione delle miscele commerciali e quella dei rifiuti, conferma la non sovrapponibilità dei due sistemi.

Classificazione delle sostanze costituenti o contaminanti il rifiuto e soglie di rilevanza per la classificazione del rifiuto che le contiene o dalle quali è contaminato. – In base alla norma comunitaria del 2000, per tale specifica parte testualmente trasposta nel d.lgs. n. 152/2006 (né poteva essere altrimenti), se nell’elenco (c.d. CER) il rifiuto «è identificato come pericoloso mediante riferimento specifico o generico a sostanze pericolose [ossia se nella sua descrizione tra i connotati identificativi del rifiuto vi è anche la presenza, come costituenti o contaminanti, di sostanze pericolose], esso è classificato come pericoloso [e gli va attribuito il codi- ce con asterisco] solo se le sostanze raggiungono determinate concentrazioni (ad esempio, percentuale in peso)».

In tali casi, quindi, ai fini della classificazione, o, meglio, dell’attribuzione del codice con conseguente classificazione, era – fino al 2015 – e resta tutt’ora necessario verificare se il ri- fiuto contenga o sia contaminato da sostanze pericolose.

Ma non bastava (come tutt’ora non basta); occorreva poi confrontare il livello di presenza o contaminazione accertato con le soglie di rilevanza (“percentuale in peso”, esemplifica la nor- ma) stabilite, con la conseguenza, ad esempio, che se le sostanze presenti o contaminanti erano tutte “solo” nocive e non raggiungevano il 25 % il rifiuto non ere pericoloso e gli andava attribuito un codice senza asterisco, come se si trattasse dello “stesso” rifiuto totalmen- te non contenente, né contaminato da alcuna sostanza pericolosa. Le sostanze pericolose la cui concentrazione non raggiungeva la soglia pertinente era considerata “giuridicamente” assente, come se nel rifiuto non ci fosse: rifiuto contenente 24% di sostanze nocive = rifiuto non contenente sostanze nocive, ovvero: rifiuto contenente sostanze pericolose al di sotto delle pertinenti soglie = rifiuto non contenente sostanze pericolose.

È appena il caso, invece, di sottolineare che se le sostanze nocive raggiungono la soglia stabilita (il 25%), il rifiuto non diventava “nocivo”, ma sempre e solo “genericamente” pericoloso (già accennata differenza logico-concettuale tra il ben più articolato sistema di classificazione dei prodotti destinati al consumo e quello estremamente semplificato – per non dire grezzo ed elementare – e meramente convenzionale previsto per i rifiuti).

In siffatto contesto, si ribadisce, il richiamo della normativa sulla classificazione, l’etichettatura, l’imballaggio e l’immissione sul mercato di prodotti era fatto solo ai fini dell’individuazione e classificazione delle sostanze (costituenti o contaminanti) da considerare, mentre per le soglie di rilevanza (le “percentuali in peso”) la le norme comunitarie di attuazione della direttiva sui rifiuti (decisioni e regolamenti) fin dalla decisione del ’94 provvedeva e provvede autonomamente, pur assumendo come riferimento – “ove pertinenti”, per quanto ritenuti congrui e con drastiche semplificazioni – i valori limite previsti per la classificazione dei “preparati” o “miscele”.

Fermo restando – è il caso di ripetere – che, in base alla “vincolante” decisione 2000/532/CE ed al corrispondente e parimenti “vincolante” allegato D al d.lgs. n. 152/2006, parte IV, vi erano (e continuano ad esserci) rifiuti “per definizione” non pericolosi, che resta- no tali anche se contenenti o contaminati in qualunque concentrazione da sostanze perico- lose, e ve n’erano (e continuano ad essercene) altri “per definizione” pericolosi, che restano tali anche se totalmente privi di sostanze pericolose, nei rimanenti casi, ad esempio,

  • un rifiuto che conteneva una o più sostanze molto tossiche (R26/27/28) era classificato pericoloso se tali sostanze erano in concentrazione totale uguale o superiore a 0,1%, mentre
  • un prodotto (non rifiuto) non gassoso che conteneva sostanze molto tossiche (R26/27/28) era classificato:
    • molto tossico, se la concentrazione raggiungeva il 7%,
    • tossico, se la concentrazione era tra 1% e 7%;
    • nocivo, se la concentrazione era tra 0,1% e 1%.Altro esempio, una miscela che conteneva una o più sostanze nocive in concentrazione to- tale uguale o superiore a 25%
    • se era un rifiuto era classificata (unicamente e genericamente) pericolosa (né più e né meno e con le stesse conseguenze di quella contenente una o più sostanze molto tossi- che in concentrazione totale uguale o superiore a 0,1%), mentre
    • se era un prodotto (non rifiuto) destinato ad essere immesso sul mercato era classificata specificamente (e semplicemente) nociva.

Dagli esempi riportati appare evidente come il sistema di classificazione dei rifiuti rispetto a quello dei prodotti non fosse sovrapponibile (ed in larga misura non lo è nemmeno oggi nonostante il ravvicinamento al CLP operato con il regolamento del 2014) in quanto, pur prendendo a riferimento quest’ultima disciplina, la semplifica drasticamente nella logica di un sistema classificatorio estremamente convenzionale fondato su due presunzioni assolute di partenza:

  • rifiuti che sono sempre e comunque non pericolosi,
  • rifiuti che sono sempre e comunque pericolosi,

e “nel mezzo”,

  • rifiuti da assegnare all’una o all’altra categoria con un criterio più o meno approssimativo,

avendosi per giunta la codifica – spesso del tutto approssimativa ed ampliamente convenzionale –come “unico e vincolante” strumento per individuare i rifiuti da ascriversi all’una o all’altra categoria.

Sulla convenzionalità della codifica e sulle incertezze nell’individuazione dei codici a specchio v. E. Bonafè, M. Franco, V. Bonamin – “I rifiuti che conosci non sono pericolosi” ed. Confindustria Venezia, aprile-maggio 2015 – http://www.ro.camcom.it/wp- content/uploads/2014/10/Guida-alla-codifica-e-classificazione-dei-rifiuti-II-ed1.pdf.

H14 – RIFIUTI PERICOLOSI PER LA PRESENZA DI SOSTANZE ECOTOS- SICHE

La questione dell’H14 nasce a seguito delle modifiche al d.lgs. n. 152/2006 introdotte con il d.lgs. n. 205/2010.

In precedenza, ancorché la caratteristica di pericolo “H14 – ecotossico” già figurasse nell’elenco di cui all’allegato I al citato d.lgs. n. 152/2006, nessuno aveva mai ipotizzato che per la classificazione di rifiuti con codice a specchio correlato alla presenza “generica” di so- stanze pericolose fosse necessario considerare anche le sostanze ecotossiche. Tanto meno si era ipotizzato a quali soglie o limiti di rilevanza fare riferimento.

Con il d.lgs. n. 205/2010, entrato in vigore il 25 dicembre 2010, sono state tra l’altro modificate le note all’allegato I alla parte quarta del d.lgs. n. 152/2006, inserendo nella stessa, per l’appunto, il riferimento all’ecotossicità.

note all’allegato I
testo in vigore dal 25 dicembre 2010
1. L’attribuzione delle caratteristiche di pericolo “tossico” (e “molto tossico”), “nocivo”, “corrosivo” e “irritante”, “cancerogeno”, “tossico per la riproduzion”, “mutageno” ed “ecotossico” è effettuata secondo i criteri stabiliti nell’allegato VI, parte I.A e parte II.B della direttiva 67/548/CEE del Consiglio, del 27 giugno 1967 e successive modifiche e integrazioni, concernente il ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative relative alla classificazione, all’imballaggio e all’etichettatura delle sostanze pericolo-
se.
2. Ove pertinente si applicano i valori li- mite di cui agli allegati II e III della direttiva 1999/45/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 31 maggio 1999 con- cernente il ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri relative alla classificazione, all’imballaggio e all’etichettatura dei preparati pericolosi.
note all’allegato I
testo vigente fino al 24 dicembre 2010
1. L’attribuzione delle caratteristiche di pericolo “tossico” (e “molto tossico”), “nocivo”, “corrosivo” e “irritante”, “cancerogeno”, “tossico per la riproduzione”, “mutageno” ed “ecotossico” è effettuata secondo i criteri stabiliti nell’allegato VI, parte I.A e parte II.B della direttiva 67/548/CEE del Consiglio, del 27 giugno 1967 e successive modifiche e integrazioni, concernente il ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamenta- ri ed amministrative relative alla classificazione, all’imballaggio e all’etichettatura delle sostanze pericolose, nella versione modificata dalla direttiva 79/831/CEE del
Consiglio.
2. Per quanto concerne l’attribuzione delle caratteristiche “cancerogeno”, “teratogeno” e “mutageno” e riguardo all’attuale stato delle conoscenze, precisazioni supplementarifigurano nella guida per la classificazione e l’etichettatura di cui all’allegato VI (parte II D) della direttiva 67/558/CEE, nella versione modificata dal- la direttiva 83/467/CEE della Commissione.

In merito alle note sopra riportate va rilevato come:

  • il testo in vigore dal 25 dicembre 2010 corrisponda alla lettera a quello di cui alla direttiva 2008/98/CE sui rifiuti, così come il testo vigente prima di tale data corrispondeva al- la precedente formulazione comunitaria; d’altra parte l’identità letterale vale per tutto l’allegato I alla parte quarta del d.lgs. n. 152/2006 che è “fotocopia” dell’allegato III alla direttiva comunitaria;
  • l’allegato III alla direttiva – fin dalla sua versione originaria risalente al 1991 – non sia mai stato destinato ad essere “recepito” o “trasfuso” in norma di diritto per assumere in tutto o in parte un contenuto disciplinare diretto; destinataria del contenuto di tale alle- gato è sempre stata la Commissione, integrando lo stesso i criteri sulla base dei quali det- ta Commissione era chiamata a determinare, in attuazione della direttiva ed in sede di regolamentazione sempre di livello comunitario, i rifiuti da considerare pericolosi, come in effetti avvenuto dapprima con la decisione 94/904/CEE, poi con la decisione 2000/532/CE, da ultimo con il regolamento (UE) n. 1357/2014 anch’esso fondato sull’allegato III in discorso come in tutta evidenza emerge dai ripetuti e puntuali richiami che si leggono nei “considerando”;
  • se non basta, proprio con specifico riguardo all’ecotossicità, nel regolamento da ultimo citato si rinviene la “confessione” della stessa Commissione circa la totale inidoneità dell’allegato III a costituire criterio sufficiente per attribuire ai rifiuti tale caratteristica di pericolo: “Per garantire l’adeguata completezza e rappresentatività anche per quanto riguarda le in- formazioni sui possibili effetti di un allineamento della caratteristica HP 14 «ecotossico» con il regola- mento (CE) n. 1272/2008, è necessario uno studio supplementare” (settimo considerando), conseguentemente anche nel nuovo regolamento non viene ancora fissata alcuna soglia.

Nondimeno, anche enfatizzando la sopra annotata soppressione della precisazione che “Per le caratteristiche da H3 a H8, H10 e H11 si applicano i valori limite di cui al punto 4, mentre le caratteristiche H1, H2, H9, H12; H13 e H14 non devono essere prese in considerazione, in quanto mancano i criteri di riferimento sia a livello comunitario che a livello nazionale” che si leggeva nel previgente punto 6 dell’introduzione all’allegato D alla parte quarta del d.lgs. n. 152/2006, soppressione molto probabilmente arbitraria posto che tale precisazione era contenuta nella norma comunitaria, soprattutto in ambienti ARPA, ISS ed ISPRA si è ipotizzato che dalla modifica alle note dell’allegato I discendesse (potesse discendere) alla chetichella – due note in carattere microscopico ad un allegato tecnico – senza neppur prevedere un minimo termine per adeguarsi, una tutt’altro che irrilevante modifica integrativa al sistema di classificazione, direttamente produttiva di conseguenze penalmente rilevanti.
In questo contesto ISS in collaborazione con ISPRA ha redatto un parere trasmesso al Mi- nistero nel marzo 2011 ed in più sedi e forme pubblicizzato (V. allegati).
Tale iniziativa ha indubbiamente contribuito ad incrementare il clima di incertezza, ancor- ché fosse evidente la totale assenza di qualunque valore vincolante di tale documento tecnico sia perché totalmente privo di base normativa, sia soprattutto per la provenienza: l’autorevolezza dell’Istituto non vale ad attribuirgli potestà regolamentare e quindi la “forza” cogente che, eventualmente, il parere in discorso avesse trovato recepimento in atti formali del Ministero al quale in prima istanza era stato diretto.
La chiarificazione, invece, si è avuta solo con la legge 24 marzo 2012, n. 28, con la quale, in sede di conversione del d.l. 25 gennaio 2012, n. 2, recante “Misure straordinarie e urgenti in materia ambientale”, è stato sancito che “Nelle more dell’adozione, da parte del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di uno specifico decreto che stabilisca la procedura tecnica per l’attribuzione della caratteristica H14, sentito il parere dell’ISPRA, tale caratteristica viene attribuita ai rifiuti secondo le modalità dell’accordo ADR per la classe 9 – M6 e M7”.
E questo è il criterio legale (unico) per l’attribuzione, a fini classificatori, della caratteristica di pericolo “ecotossico”, da applicarsi con decorrenza con decorrenza 25 marzo 2012 (data di entrata in vigore della legge n. 28) e tutt’ora valido, in quanto espressamente e formalmente confermato anche dopo l’entrata in vigore del regolamento (UE) n. 1357/2014 e coeva decisione 2014/955 (c.d. “CER 2015”).

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